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Correnti artistiche
1 - Cos’è l’arte contemporanea

Una storia lunga cent’anni: dall’orinatoio di Duchamp (1917) a oggi



La definizione di arte contemporanea è tema assai controverso, sul quale non c’è unanimità da parte dei critici. Il giudizio è tanto più difficile quanto più recenti sono le opere e gli artisti da valutare.
D’altronde, gli antichi greci che noi definiamo “classici” ovviamente non si ritenevano tali: nell’Atene di Pericle lo scultore Fidia era verosimilmente considerato come un artista “contemporaneo”.
In questa sede sosteniamo che l’espressione “arte contemporanea”, come è generalmente intesa al giorno d’oggi, è da applicarsi alle forme artistiche nate dopo il 1917, quando il francese Marcel Duchamp ideò il celeberrimo orinatoio rovesciato che chiamò Fontana, cambiando in modo irreversibile il modo di concepire l’arte.
Tale rivoluzione fu una risposta ai notevoli cambiamenti culturali in corso in tutti i campi del sapere: scienza, economia, filosofia; un mondo nuovo richiedeva dunque un’arte nuova, evoluzione estrema delle avanguardie nate a inizio Novecento.




Lo scandalo di Duchamp e la nascita del contemporaneo



Dadaismo è il nome della corrente che dà l’avvio alla maggiore rivoluzione dello statuto dell’arte nei tempi moderni. Il termine deriva da una parola di fantasia quale “dada”, a simboleggiare la rivolta contro la razionalità e contro tutte le convenzioni dell’arte tradizionale.
Fulcro del movimento inizialmente fu Zurigo, dove numerosi intellettuali trovarono rifugio durante la Prima guerra mondiale, riunendosi al celeberrimo Cabaret Voltaire.
Esponente principale di tale corrente, nonché padre spirituale di tutta l’arte contemporanea, è il francese Marcel Duchamp: sfruttando a scopo artistico oggetti di uso quotidiano, introduce il concetto di “ready-made”, il “già fatto” che irride l’atto stesso della creazione artistica.
Sulle orme del maestro dada si pongono l’americano Man Ray e il francese Francis Picabia, tra i principali animatori della vitalissima scena culturale parigina negli anni Venti. Altra figura notevole fu il tedesco Kurt Schwitters con i suoi assemblage, ovvero composizioni tridimensionale mettendo insieme materiali vari.




Le forze dell’inconscio prendono il potere



Il Surrealismo nasce negli anni Venti sotto l’influsso dei studi di Freud sui sogni e sull’inconscio, per indagare le forze e le pulsioni nascoste dell’uomo e rappresentarle visivamente, giungendo alla cosiddetta “surrealtà”, lo stato conoscitivo supremo in cui veglia e sonno si conciliano.

Teorico del movimento fu il francese Breton, ed europei agli artisti più rappresentativi, accomunati da una produzione prevalentemente figurativa e non astratta, nonché dal frequente utilizzo della libera associazione di idee, come fanno il tedesco Max Ernst e lo spagnolo Joan Miró con i loro accostamenti inconsueti.
Il più provocatore e ambizioso fu il belga René Magritte, con i suoi cortocircuiti logici in cui mette in dubbio la relazione tra linguaggio e realtà. Il più famoso fu probabilmente lo spagnolo Dalì, vero e proprio divo già in vita, impareggiabile nel dare forma concreta al magico caos del mondo onirico.




Il colore viene liberato da ogni vincolo



Il secondo dopoguerra è un periodo caratterizzato da un sentimento di sfiducia verso l’arte e i suoi linguaggi, considerati incapaci di interpretare una realtà che aveva prodotto le atrocità belliche. Ne deriva una rivolta contro forme e limiti delle arti figurative tradizionali: nasce così l’Informale, che si declina in materia, segno e gesto.
L’Informale materico prevale in Europa e rompe il confine tra pittura e scultura, con tele da cui colori e materiali vari risaltano prepotentemente. Precursore fu il francese Jean Futrier, importante esponente della corrente fu l’italiano Alberto Burri.
Nell’Informale segnico l’artista si esprime attraverso segni, come in una sorta di nuovo alfabeto su tela: il tedesco Wols e Giuseppe Capogrossi figurano tra i principali interpreti.
L’Informale gestuale è sinonimo di “Action painting” o di Espressionismo astratto, di cui il campione fu l’americano Jackson Pollock: grazie alla tecnica dello sgocciolamento, scatenava il colore sulla tela in combinazioni imprevedibili.





Il cambiamento del rapporto tra l’uomo e lo spazio circostante



Movimento nato in seno a quello Informale, lo Spazialismo ha l’ambizione di ridefinire lo spazio artistico, non solo rifiutando, ma andando oltre i limiti della tela e della materia.
Figura centrale è quella dell’italo-argentino Lucio Fontana, autore nel 1946 del manifesto del movimento, il cui proposito è così sintetizzabile: “vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro”.
Operando buchi e tagli sulle sue tele, Fontana dimostra che l’opera d’arte non si esaurisce nell’angusto spazio di una cornice: come un astronauta dell’arte, spalanca dunque le porte dell’infinito.
Altro importante spazialista fu l’americano Mark Rothko. Fortemente influenzato dall’ebraismo e dal precetto religioso di evitare la raffigurazione, ridisegna il concetto di spazio ed esperienza sensoriale con le sue enormi tele caratterizzate da grandi distese di colore, in cui lo spettatore può quasi immergersi.





La transizione tra anni Cinquanta e Sessanta



New Dada e Nouveau Réalism sono due facce della stessa medaglia, con un’importante distinzione l’uno si sviluppa negli Stati Uniti e l’altro in parallelo in Europa. Sulla sponda americana dell’Atlantico risaltano figure quali Robert Rauschenberg e Jasper Johns, su quella europea una folta pattuglia francese (César, Arman, Yves Klein) e l’italiano Piero Manzoni, precursore dell’Arte concettuale.
New Dada e Nouveau Réalism riprendono e rielaborano i temi dada, rifiutando l’opera d’arte tradizionale e conferendo valore estetico ai ready-made, gli oggetti “già fatti” e di uso comune.
Quest’ultimi possono essere usati e manipolati in vari modi: esempi sono i “combine paintings”, ovvero l’assemblaggio sulla tela di materiali differenti, e le sculture fatte di oggetti accumulati o deformati.
Viene inoltre recuperato il gusto della provocazione e dello sberleffo tipico dei dadaisti: la Merda d’artista (1961) di Manzoni ne è immortale testimonianza.






L’irruzione della società dei consumi nella sfera artistica



Pop art è la contrazione di “popular art”, in riferimento al suo carattere di oggetto prodotto in serie, come quelli tipici della società consumistica ormai dilagante negli anni Sessanta. La Pop art si discosta dai movimenti dell’Arte informale, costituendo la rivincita delle forme e degli oggetti concreti sugli elementi astratti.
Precursori illustri furono sicuramente il britannico Richard Hamilton e l’americano Robert Rauschenberg, ma le due figure di spicco, entrambi dagli Stati Uniti, sono quelle di Roy Lichtenstein e Andy Warhol.
Il primo rielabora in chiave fumettistica grandi opere del passato o sfrutta con uno stile moltoparticolare l’estetica dell’universo dei “comics”. 
Warhol, a sua volta icona del movimento, ha reso eterni molti personaggi del Novecento con ritratti ripetuti realizzati mediante serigrafia.
In Italia non mancano artisti influenti quali, fra i tanti, Mario Schifano e Mimmo Rotella, capaci di reinterpretare in chiave artistica il linguaggio dominante, quello pubblicitario. 





Anni Sessanta: non solo pop

L’Arte cinetica si oppone alla visione statica dell’opera, cercando di catturare e sfruttare il movimento, sia reale che virtuale, come mezzo di espressione artistica. Inoltre, sulla scia dell’esplosione tecnologica che ha contraddistinto il Ventesimo secolo, utilizza spesso dispositivi e meccanismi vari che funzionano in base a programmi predefiniti: ecco dunque l’altro appellativo, ovvero Arte programmata.
Padri nobili del movimento furono lo scultore svizzero Jean Tinguely e il pittore ungherese Victor Vasarely: il primo realizza macchinari capaci di improvvisare schizzi e disegni, i Meta-matic; il secondo è l’inventore dell’Optical art, che studia le illusioni ottiche.
Numerosi furono i centri vitali del movimento in tutt’Europa, Italia compresa: artisti come Morellet, Le Parc ed Enzo Mari hanno lasciato il segno con i loro “oggetti in movimento” oppure “oggetti che si lasciano muovere”.





Alla ricerca dell’essenzialità assoluta



La corrente definita come Minimal art (Mininalismo) ha come tratto distintivo quello di ridurre il più possibile lo sforzo creativo dell’artista, togliendo all’opera ogni elemento di frivolezza e complicanza formale.
Nel campo pittorico emblematico è il ruolo dell’americano Frank Stella, famoso per la sua massima “what you see is what you see”: banalmente, ciò che vedi è ciò che vedi, nel tentativo di spogliare le sue tele da ogni riflesso emozionale.
Il Minimalismo raggiunge però le sue vette nel campo della scultura, dove prende il nome di Strutture primarie: una lunga serie di artisti statunitensi (Morris, LeWitt, Andre, Flavin, Judd) estremizza la semplificazione delle forme, ispirate alla geometria elementare, con ampio utilizzo di materiale industriale ed edilizio come vetro, alluminio, tubi al neon e altro ancora. Molte delle opere, inoltre, sono “site-specific”, ovvero ideate appositamente per sfruttare lo spazio che le ospita.




Le tendenze che portano dal Novecento al futuro



L’Arte concettuale rappresenta una delle massime vette dell’espressione intellettuale del Novecento. Attraverso di essa, l’arte contemporanea diventa la somma di pensiero e comunicazione: l’abilità tecnica passa in secondo piano rispetto all’idea dell’artista e di come questa viene comunicata al pubblico.
L’opera d’arte va a coincidere con il processo mentale dell’artista: tocca a volte allo spettatore rendere concreto ciò che l’artista stesso immagina, come nelle scritte sui muri dell’americano Lawrence Wiener. In altri casi è la relazione tra il linguaggio e gli oggetti da esso definiti a essere messa in discussione, come nelle opere di Joseph Kosuth.
Il movimento concettuale è, inoltre, un ombrello al di sotto del quale rientrano numerose correnti: Arte ambientale, Land Art, Arte povera rappresentano alcune delle forme attraverso cui artisti quali Beuys, Smithson, Christo si discostano dalla tradizione per portare l’arte fuori dai musei, in mezzo alla natura, per creare opere mai concepite prima.





Più vero del vero

L’Iperrealismo, nato negli anni Sessanta e sviluppatosi appieno nel decennio successivo, è un movimento artistico che manifesta un’attenzione maniacale, quasi morbosa, nella descrizione esatta della realtà circostante, fino ai minimi dettagli: lo scopo ultimo è quello di ottenere un effetto così realistico da sconcertare.
La volontà di annullare qualsiasi aspetto interpretativo fa sì che gli artisti spesso partano non dall’osservazione diretta di un oggetto bensì dalla sua rappresentazione fotografica: si parla in questo caso di fotorealismo.
In ambito pittorico importante è stato l’apporto del filone statunitense, incarnato da artisti Ralph Goings, Richard Estes, Chuck Close, capaci di creare nature morte molto contemporanee per descrivere la working class a stelle e strisce.
Rilevante è anche il contributo iperrealista nella scultura, dove artisti come Duane Hanson e John De Andrea impressionano per la loro capacità di sfiorare l’annullamento del confine tra realtà e finzione.





Il corpo dell’artista è l’opera d’arte



La Performance art è una delle forme artistiche più forti dei nostri tempi. Mescola in maniera spesso provocatoria elementi legati a danza, teatro, poesia: è l’artista stesso, con il suo corpo (Body art) e le sue azioni, a essere l’opera d’arte.
Fondamentale è il ruolo del pubblico e la sua interazione con l’artista: poiché la performance per sua natura è effimera, altrettanto cruciale è la registrazione dell’evento per lasciarne una traccia ai posteri.
Per sua natura, la Performance art riesce a ibridare linguaggi artistici differenti: lo stesso termine "performance” è legato alla musica e a un artista come John Cage, che stupì il mondo con una composizione in cui nessuno strumento veniva suonato (4’33’’, 1952).
Tra i tanti artisti sulla scena impossibile non menzionare Marina Abramovi?, autrice di innumerevoli performance in cui ha messo il suo fisico e il suo spirito a dura prova.





Artisti e opere dell’immaginario collettivo contemporaneo



Occorreranno alcuni anni per offrire il giusto inquadramento critico su artisti sempre più vicini al tempo presente, ma alcuni di questi hanno già lasciato un segno indelebile nello scenario intellettuale contemporaneo e nostro immaginario.
Alcuni sono in attività già da decenni e sono stati già menzionati nella presente rassegna: Marina Abramovi?, la regina della Performance art, il bulgaro Christo, land-artista sempre abile a stupire con le sue installazioni in ambienti naturali.
Tra i miti d’oggi figura sicuramente il misterioso Banksy, ultimo epigono della Street art, divenuta nobile negli Settanta e Ottanta grazie a Haring e Basquiat, capaci di portare l’anonimo graffitismo da strada dalle giungle metropolitane alle gallerie d’arte.
Artisti contesi oggi a peso d’oro da mostre e musei sono Koons e Hirst a livello internazionale; in Italia spiccano le figure di Paladino, esponente della Transavanguardia, e Cattelan, maestro delle provocazioni.






L’arte contemporanea al di fuori dell’asse Stati Uniti-Europa

I principali filoni dell’arte contemporanea si sono sviluppati tra Stati Uniti ed Europa, che hanno prodotto gli artisti maggiormente capaci di influenzare la scena culturale internazionale. Tuttavia, anche al di fuori del cosiddetto “Occidente” si sono sviluppati percorsi artistici importanti.
In Africa artisti come El-Salahi ed El Anatsui hanno sottolineato l’attaccamento alla loro terra. Il sudafricano Kentridge ha affrontato temi delicati come l’apartheid e il razzismo.
In America Latina i fermenti artistici hanno spesso avuto come bersaglio il lato oscuro del Sud America, in particolare contro la guerra e le dittature.
L’Asia, nella sua sconfinata estensione, esprime numerosissimi artisti che riflettono le peculiarità della loro provenienza: dal Medio Oriente, da cui provengono personalità capaci di fondere le geometrie dell’arte islamica con l’astrattismo occidentale, fino all’Estremo Oriente dove brilla la stella del cinese Ai Weiwei.